ANDREA LANFRI, L’ALPINISTA PARALIMPICO SEMPRE “OLTRE”

Dalle competizioni sportive alle vette più estreme

 

Eun onore oggi per me essere con limmenso Andrea Lanfri, 36 anni di Lucca, un ragazzo dalle mille imprese trascritte nel suo viaggio di vita. Un ragazzo dal grande sorriso, che ha saputo plasmare il suo nuovo “viaggio” opponendosi con determinazione a quanto la vita avesse scritto per lui.

Non può esserci un giudizio, ma solo la considerazione del senso di saper andare “oltre”.

Ex atleta paralimpico della nazionale di atletica leggera, oggi alpinista ed Eesploratore. Nel 2015, a 29 anni, contrae la meningite con sepsi meningococcica, dopo un mese di coma perde entrambe le gambe  e sette dita delle mani. Grazie alla forza di volontà e alla passione per lo sport nel giro di un anno torna alla sua vita di prima, avvicinandosi all’atletica Paralimpica, iniziando a correre con un paio di protesi in fibra di carbonio, acquistate grazie a una raccolta fondi. Primo atleta  italiano con doppia amputazione agli arti inferiori a scendere sotto i 12 secondi nei 100 metri piani, conquista tre record italiani, due medaglie di bronzo, insieme ad un argento agli Europei, e un argento ai Mondiali 2017. Sempre in quell'anno c'è il ritorno su roccia, nell’arrampicata e nell’alpinismo, discipline già praticate prima della malattia. Nel 2018 inizia la sua preparazione con montagne superiori ai 5.000 mt. È il primo atleta con pluriamputazioni a raggiungere gli 8849 metri di altitudine del Monte Everest. Detentore di svariati primati, come il più veloce miglio corso in quota, valido come Guinness World Record. Ideatore del progetto"from0to0" un evento sportivo unico al mondo mai intrapreso da un atleta paralimpico: bici, montagna e corsa; partendo e tornando al livello del mare dopo aver scalato una montagna, no stop. Una storia di grande coraggio e di straordinaria determinazione, premiata con il raggiungimento di traguardi sportivi che sembravano impossibili. Un atleta simbolo di vita e di un intero movimento sportivo nazionale.

 

Il sogno di Andrea? Salire tutte le vette più alte dei 7 continenti, obiettivo per cui si sta allenando da anni.

 

  1. Ciao Andrea, grazie per essere con noi di SportClub. Sei un atleta dalle mille risorse e grandi sfide, chi sei in verità? CI parli un poco di te?

 

Fin da bambino sono sempre stato vivace e pieno di interessi: la scuola, la montagna, lo sport. Qualche anno fa, nel 2015, ho avuto un piccolo intoppo, così mi piace definirlo… meningite fulminante con sepsi meningococcica che mi ha portato via entrambe le gambe e sette dita delle mani. Prima di questa data ero un grande appassionato di montagna, mi piaceva di tutto: trekking, arrampicata e alpinismo. Mentre ero in ospedale, a scalare la vetta più difficile che si possa trovare, ero fortemente convinto che un giorno sarei tornato a fare le stesse cose di prima.

 

  1. Un passato nellAtletica Paralimpica, tante le soddisfazioni. Cosa porti dentro di questo periodo? Come ti ha cambiato la vita la famiglia paralimpica?

 

Così iniziai il mio percorso nell’atletica. Un percorso totalmente nuovo, ma in quel momento più facile che tornare a fare tutte quelle cose che facevo tutti i giorni. Ovviamente la mia passione numero uno, però, non era stata sostituita, né tanto meno eliminata. E l’atletica, mi ha dato la possibilità di tornare nelle mie montagne. Dico sempre che è stata la mia “riabilitazione”. Paradossalmente ho iniziato prima a correre con i miei nuovi piedi, che con le protesi da cammino. E tutto questa voglia di “andare veloce” mi ha portato in poco tempo a fare cose che mai avrei pensato. Lo sport, in particolare la corsa nel mio caso, mi ha salvato la vita 2 volte.

 

  1. Quando si incontra una disabilità, è come rinascere, puntando tutto su quello che abbiamo ancora, partendo forse dal senso di Vita. Cosa ne pensi?

 

E' stato tutto molto veloce e senza motivazioni logiche. Possiamo dire che quando si tocca il fondo, si possono fare solo due cose: rimanere o pure risalire. Io da appassionato di montagna e scalate ho decisi ovviamente di risalire. Durante il mio periodo in ospedale, soprattutto al mio risveglio dal coma, ero ancora tutto "'intero" ma vedevo ed ero consapevole che i miei arti molto difficilmente sarebbero tornati come prima.. Poi quando i medici sono stati costretti, per salvarmi a vita a amputare le gambe e le dita, e quando ho visto che mancavano i piedi, la mia prima reazione non fu di sconforto ne di paura... ma fu di un desiderio di "dispetto" verso questo batterio che voleva fermarmi, e pensai che avrei corso! La corsa era la peggiore cosa che potevo fare a "colui" che voleva fermarmi ed io sarei andato veloce!

 

  1. Perchè ad un certo punto hai deciso di puntare allalpinismo? Cosa ti ha trasmette e ti lascia?

 

Già da piccolo intraprendevo le mie piccole ma grandi avventure. Insieme a amici di paese partivamo in tenda e zaino in spalla e si camminava per giorni nel monti dietro casa: i Monti Pisani fra Lucca e Pisa. Qui avevo 9 anni, e il desiderio di camminare e scoprire sempre posti nuovi, era il nostro passatempo preferito. Via via crescendo ho iniziato a fare passeggiate, percorrere lunghi sentieri e praticare trekking. “Ho spostato ogni anno l’asticella in avanti, prima in Toscana poi sulle Dolomiti, ecc, infine l’arrampicata sportiva e l’alpinismo. Tutto questo era la mia vita prima della malattia, e ho sempre desiderato che tutto continuasse. L’atletica è stata un bella parentesi della mia vita, ma sapevo che l montagna sarebbe tornata, era solo questione di tempo. L’impresa, l’alpinismo ha il sapore della sfida, una sfida molto spesso personale,  e questa è la mia passione.

 

  1. Tra paure e sfide, non hai mai mollato, cercando sempre di andare oltre. Quale sono quelle imprese che porti nel cuore?

 

Difficile selezionare una sola impresa. Ogni salita o avventura è unica. Proprio lungo questi viaggi di momenti importanti ne ho vissuti veramente tantissimi, da rendere impossibile stilare una classifica. Sono emozioni non solo a livello “alpinistico” ma anche umano ed esplorativo. La grande emozione che provai al mio ritorno a casa dall’ospedale e soprattutto le prime uscite con gli amici nelle mie montagne di casa, quelle furono e rimangono dei bellissimi ricordi, un mix di emozione, curiosità e voglia di tornare a vivere.

 

  1. Se dico "Everest with three fingers” cosa mi sai raccontare? Come è stato raccontare e raccontarsi in un impresa cosi piena di emozioni?

 

Alla fine la vetta del monte Everest, i famosi 8848 per me rappresentano la fine di un lungo cammino iniziato anni fa. La bellezza di questa avventura non sarà solamente la salita della montagna, ma la sua bellezza sarà proprio tutto. Quando mi fu proposto di registrare l’avventura per realizzare un documentario, era molto felice, solo dal fatto di poter rivedere più volte quei posti e tornare a tutte quelle emozioni provate sul posto. Poter raccontare la mia storia, voglio solo sperare che possa essere di “ispirazione” per tutte quelle persone che abbiano bisogno di “ispirarsi” per poter riprendere la vita a pieno!

 

  1. Sei il primo atleta con pluriamputazioni a raggiungere gli 8849 metri di altitudine del Monte Everest. Da dove è nata questa sfida?

 

La grande emozione lho provata quando ho visto la vetta, ho visto la fine della montagna.. E’ stata un emozione diversa dalle altre ovviamente, ricordo che il mio pensiero è andato in dietro nel tempo, pensando a tutti quegli allenamenti e tante altre montagna salite per poter arriva in vetta all’Everest. La grande emozione è stata compiere quel viaggio, quell’avventura non iniziata con il trekking da Lukla, ma iniziata anni prima, da quando ho iniziato a pensare a questo progetto, a tutte le emozioni e a tutte quelle persone che mi hanno aiutato a realizzare questa impresa. Un progetto nato dall’idea di dimostrare che si può andare ben oltre i propri limiti se si crede veramente i noi stessi.

 

  1. Il rapporto tra tecnologia, psicologia ed innovazione, quanto è importante per le tue imprese?

 

Una volta il mio tecnico ortopedico mi disse: “ le protesi non ti porteranno da nessuna parte, ma sarai tu a portare in giro loro!” Una frase che ad oggi mi è rimasta veramente impressa, e aveva ragione. La tecnologia ovviamente aiuta, ma tutto parte dalla nostra volontà. Puoi avere tutto e di più ma se manca la volontà, la passione, il desiderio di fare una cosa, tutto è inutile.

 

  1. Quale potrebbe essere un tuo messaggio di vita da condividere con le generazioni di oggi?

 

Da questo mio intoppo, non nè sono uscito incolume da questa battaglia, il meningococco si e portato via le gambe e sette delle sue dita, ma non si e portato via la mia voglia di vivere, la mia allegria, la mia incredibile forza d'animo, che mi ha permesso di trasformare questa esperienza in una ulteriore spinta in avanti, in potenza.E' per me bello poter essere anche solo in minima parte uno stimolo per qualcuno. Non bisogna mai smettere di sognare. In fondo i giudici più severi siamo noi stessi.

 

 

Il mio motto?

 

La fatica è temporanea, mentre la soddisfazione è per sempre”,  una frase che a volte ripeto dentro di me anche durante le mie pazze avventure!