La salute non è più uguale per tutti

 

Otto italiani su dieci temono di non riuscire ad accedere a visite, esami o cure. Quasi la metà è molto preoccupata dall'inflazione. E solo il 18,5% si fida davvero del Servizio Sanitario Nazionale. I numeri di una crisi che non fa rumore, ma cambia la vita di milioni di persone

 

C'è una fotografia che vale più di mille parole. Un'Italia dove oltre l'83% delle persone l'84,6% per essere precisi — si dice molto o abbastanza preoccupata per l'erosione del proprio tenore di vita a causa dell'aumento dei prezzi. Dove quasi nove cittadini su dieci temono, per sé o per un familiare, di non riuscire ad accedere in tempo a una visita, a un esame, a una cura. Dove il sistema sanitario pubblico è percepito come affidabile solo da una minoranza. È questo il ritratto che emerge dall'indagine condotta da LAB21 per Sport Club: un'immagine dura, difficile da guardare, ma necessaria da conoscere. I dati parlano chiaro, ma non bisogna avere fretta nel leggerli. Come sempre, i numeri vanno capiti, non semplicemente citati. E dietro questi numeri c'è un cambiamento profondo nel modo in cui gli italiani vivono — o temono di vivere — il rapporto con la propria salute. L’inflazione non è un problema macroeconomico. È una questione di vita quotidiana. Quando chiediamo agli italiani quanto li preoccupi il fatto che l'aumento dei prezzi possa ridurre il loro tenore di vita, la risposta è netta: il 44,6% risponde "molto", il 39,2% "abbastanza". Insieme, fanno l'83,8% del campione. Solo il 3,7% dichiara di non essere per nulla preoccupato. Un dato che, quasi, fa tenerezza. Non stiamo parlando di un'elite impaurita, né di una categoria marginale. Stiamo parlando della stragrande maggioranza degli italiani — trasversale per età, geografia, condizione sociale — che avverte, concretamente, lo svuotarsi del proprio potere d'acquisto e la conseguente difficoltà a mantenere uno stile di vita che fino a pochi anni fa sembrava acquisito. Ma quanto è concreta questa preoccupazione? Molto, lo dicono i comportamenti reali. +

Negli ultimi dodici mesi, il 41,4% degli intervistati ha modificato le proprie abitudini quotidiane rinunciando a spese non essenziali. Fin qui, nulla di sconvolgente: tagliare il superfluo è una risposta razionale. Il problema è il dato successivo: il 29,7% ha dovuto rinunciare a spese essenziali. Quasi un italiano su tre. Non si tratta più di sacrifici relativi, ma di privazioni che toccano la sfera dei bisogni fondamentali. Il 20,8% ha fatto piccole rinunce — una risposta contenuta, ma pur sempre una risposta all'emergenza. Soltanto l'8,1% afferma di non aver fatto alcuna rinuncia. Uno su dodici. Gli altri undici, in misura diversa, hanno già cambiato qualcosa nella propria vita. E poi c'è la questione sanitaria. Quella che, forse, fa più paura. Il 51,3% degli italiani dichiara di temere molto che, in caso di bisogno, possa incontrare difficoltà nell'accesso a visite, esami o cure. Il 33,8% lo teme abbastanza. Insieme, l'85,1% del campione. Un dato che, detto così, potrebbe sembrare la solita lamentela italiana sul sistema pubblico. Ma attenzione: questa non è una percezione astratta, è una paura concreta, radicata nell'esperienza diretta o in quella di amici, colleghi, familiari. C'è chi ha aspettato mesi per una visita cardiologica. Chi ha pagato di tasca propria un esame diagnostico perché i tempi del pubblico erano insostenibili. Chi ha rinunciato a un controllo perché non aveva i soldi per il privato e il pubblico non garantiva tempi certi. La cosiddetta "medicina a due velocità" non è più una metafora: è una realtà che gli italiani vivono sulla propria pelle. E il Servizio Sanitario Nazionale? Come lo percepiscono gli italiani? La risposta è scomoda. Solo il 18,5% dichiara di sentirsi molto tutelato dal SSN nella garanzia di cure tempestive e di qualità, indipendentemente dalla propria condizione economica. Il 36,9% si sente abbastanza tutelato. Ma il 28,6% si sente poco tutelato, e il 16,0% per nulla. Quasi il 45% degli italiani, dunque, esprime una fiducia bassa o nulla nel sistema pubblico come garante di equità sanitaria.

Non si tratta di un giudizio campanilistico o di un capriccio. È la misurazione di un disagio reale, documentato, crescente. Il SSN rimane un patrimonio fondamentale del Paese — e va detto con chiarezza, perché non tutti i sistemi sanitari al mondo garantiscono quello che garantisce il nostro. Ma i numeri ci dicono che la distanza tra il modello teorico e l'esperienza vissuta si è allargata in modo preoccupante. Cosa ci dicono, alla fine, questi dati? Che la tenuta sociale del Paese passa sempre più attraverso la tenuta del sistema sanitario. Che quando le persone cominciano a dubitare della propria capacità di curarsi — o di far curare i propri cari — quando necessario, qualcosa si incrina nel patto fondamentale tra cittadini e istituzioni. E che l'inflazione non è solo un problema di carrello della spesa: è un moltiplicatore di disuguaglianze, che colpisce chi ha meno margini di manovra e mette a rischio beni che credevamo protetti, a partire dalla salute.

I ricercatori e gli analisti sociali non hanno il compito di indicare soluzioni politiche. Hanno però il dovere di descrivere la realtà con precisione, senza edulcorarla e senza catastrofismi. Questa indagine lo fa: racconta un'Italia che resiste, che si adatta, che taglia dove può — ma che ha paura. Una paura silenziosa, quotidiana, che non fa notizia come uno scandalo o un crollo di borsa, ma che è lì, diffusa, nei numeri e, soprattutto, nelle vite delle persone