Alessandro Borghese, oltre la Cucina...
Intervista esclusiva al noto Chef, conduttore televisivo ed imprenditore cresciuto nella Capitale.
Dovrebbero portarlo nelle scuole, ma non per insegnare come si cucina o come si diventa uno degli Chef più famosi del nostro Belpaese, ma per trasmettere ai ragazzi il concetto che solo se studi duramente, fai molti sacrifici e tante rinunce, riesci ad ottenere quello che hai sempre voluto. Alessandro Borghese, a Novembre 50 anni, nato a San Francisco, cresce a Roma fino al giorno del diploma all'American Overseas School, quando decide di lasciare l'Italia per entrare nelle cucine di ristoranti di ogni parte del mondo e riuscire a far diventare una professione quello che sognava fin da piccolo, lo Chef. Importante per la sua crescita personale una lunga esperienza come cuoco in locali stranieri come New York, Londra, Parigi, Copenhagen e San Francisco. E' diventato anche un noto personaggio televisivo, conduttore dei programmi più visti ed apprezzati sulla cucina, da Cortesie per gli ospiti a Celebrity Chef, da Cucina con Ale a Piatto ricco. Ma quello che lo consacra come mostro sacro, è sicuramente "Alessandro Borghese 4 Ristoranti" che vanta, al momento, 11 edizioni trasmesse e ben 129 puntate realizzate.
Vivendo da tempo a Milano, dopo la tua adolescenza tra La Storta, Cesano e L'Olgiata c'è qualcosa che ti manca particolarmente dei romani?
Milano è casa mia, dove sono nate le mie figlie e dove ho aperto il mio primo ristorante AB - ll lusso della semplicità. Naturalmente di Roma mi manca tutto. La bellezza e la vastità degli spazi, la forza del Cielo, al contrario dei grattacieli meneghini che ti opprimono non poco, ed i comportamenti proverbiali di chi cresce nella Capitale. Un modo di vivere e concepire la vita che io adoro, la voglia di sdrammatizzare sempre le situazioni anche più difficili ed il merito di dare la giusta priorità ai grandi temi della nostra esistenza. E poi nella Città Eterna ho tutti i ricordi della mia adolescenza, la mia spensieratezza, le amicizie, i primi amori ed il gusto irrefrenabile di fare casino, sempre e comunque.
Preparando l'intervista, mi ha colpito il fatto che ti sei affrancato giovanissimo dalla sicurezza della tua famiglia. Una volta diplomato, sei entrato subito nel mondo del lavoro, facendo la gavetta nelle navi da crociera, questo è servito per essere un passo avanti...
Essendo figlio di una grande attrice come Barbara Bouchet e di un importante imprenditore napoletano, ho sempre cercato di scrollarmi di dosso le aspettive che si potevano avere da chi era cresciuto in un ambiente privilegiato. Non ho mai avuto alcuna paghetta, ho iniziato a dare una mano a mio padre facendo dei lavoretti di casa per guadagnare i primi soldi per uscire con gli amici. Appena diplomato ho cominciato a lavorare nelle cucine di mezza Europa e Stati Uniti e nelle più blasonate navi da crociera. Ho sempre avuto il desiderio e la necessità di sentirmi indipendente e libero di cercare, senza alcun condizionamento, quale potesse essere la migliore strada da intraprendere.
Quando eravamo bambini chi diceva in classe di avere il padre cuoco era considerato uno "sfigato", ora se fa lo Chef e' il mito dell'intera scuola. Soltanto merito della televisione?
La televisione ha sicuramente cambiato tanto, la comunicazione tutto. Sono stato probabilmente un antisegnano nel credere nella componente mediatica del mondo Food. 20 anni fa ho creato le prime Società che investendo sul web, poi sui Social, hanno cominciato a dare una nuova prospettiva nel mondo della ristorazione. Ora, chiunque, da casa sua, può provare ad improvvisarsi Chef e avere visibilità e poi, sempre il pubblico, in questi casi i clienti, a celebrare chi è il più bravo ed affidabile. Ricordandoci che la gente capisce al volo chi è credibile e chi no.
Per uno ristoratore, la soddisfazione di un cliente dopo un buon piatto è paragonabile a quella di un calciatore dopo un gol?
La differenza che noi Chef lavoriamo tutti i santi giorni, concordo nel pensare che la soddisfazione ultima di un cliente che ha mangiato bene per noi è tutto. La sua felicità è anche la nostra. Quindi, possiamo dire che andiamo in gol ogni sera...
C'è una ragione specifica perché molti ex calciatori e sportivi si danno alla ristorazione?
È vero. Sono molti imprenditori del Food che vengono dallo sport, è chiaro che appena entri nel nostro mondo, a prescindere dalle potenzialità di investimenti economici, devi essere subito professionale e capire che è un lavoro di grandissimi sacrifici e di privazioni. Forse chi è stato un giocatore ha il vantaggio di capire che, come nel pallone, non esistono più domeniche e giorni festivi e quando le famiglie si vogliono rilassare e divertirsi, tu devi stare al chiodo, sempre con il sorriso stampato in faccia e dare il massimo per soddisfarle.
A giorni ci saranno gli spareggi degli Azzurri per qualificarsi ai Mondiali di calcio. Quando ci sono questi eventi globali sportivi i ristoratori sono contenti o temono che la gente resti a casa davanti alla televisione?
Bisogna avere inventiva ed originalità. Essere sempre pronti a offrire qualcosa di nuovo, non per forza straordinario ma sicuramente originale. Siamo oramai abituati a competere con lo svolgimento di eventi sportivi, veniamo dalle Olimpiadi Invernali... Dobbiamo essere noi a mettersi in gioco e proporre iniziative curiose e speciali, che possano accattivare ed interessare il pubblico e convincerlo a spegnere il piccolo schermo, alzarsi dal divano, prendere la macchina, trovare parcheggio ed entrare nel locale. Sinceramente non è facile, ma questa è la nostra professione.
Simpatizzante del Napoli, non sei un grande tifoso di calcio. Preferisci sempre il mondo dei motori?
Il Napoli lo seguo per mio padre Luigi, era un grande tifoso, la mia vera passione sono stati sempre i motori. Da ragazzo sono stato attratto fortemente da macchine e moto ed ho avuto la fortuna, nel crescere, di guidare auto meravigliose e viaggiare sulle Due Ruote più cool, fino a cimentarmi da amatore negli Autodromi di mezza Italia. A Vallelunga ero un vero e proprio habitué e mi sono divertito veramente tanto.
Una scuderia ed una passione per i cavalli. Un amore nato da piccolo o sbocciato in età adulta?
Sempre amato i cavalli ed ho sempre studiato un modo per valorizzare questo straordinario ambiente dell'Equitazione. Sono riuscito a coronare anche il Progetto di farlo diventare un lavoro creando, con il mio socio Gianluca Lupinetti, la Scuderia GBK, al CVM Royal Club Vernezzo, una Società che coniuga l'eleganza e la nobiltà del pianeta ippico con la competenza e l’innovazione nel settore della gestione finanziaria, trovando gli strumenti più professionali nella gestione di asset management. Un progetto che affianca a 360 gradi chi ama l'equitazione ed i cavalli.
Anche tu sei rimasto folgorato dal gioco del Padel. Sia da giocatore che da imprenditore...
Devo essere sincero come giocatore cerco di limitare al massimo le mie performance, più esibizioni che vere e proprie partite, ho l'ansia che mi assale di farmi male alle mani, strumento del mio lavoro. Troppi amici hanno fatto la fortuna di ortopedici e fisioterapisti...Come socio ho il mio Club a Milano, Padel Palace (via Privata Alfredo Soffredini 16), che con il suo claim "Padel e Spadellate" fa capire immediatamente, che oltre a 5 campi da gioco di ultima generazione, offriamo la possibilità di godersi una deliziosa pausa al Padel Break Point, in modo che dopo una partita combattuta i giocatori possano restare e dare vita ad una vera e propria community.
Se dovessi sostituire "Alessandro Borghese 4 Ristoranti" con "Alessandro Borghese 4 Campioni", quali sarebbero i tuoi preferiti e a chi daresti il celeberrimo "Dieci"?
Vengono tutti dal mondo delle corse... di getto senza indugiare, per la Formula 1 posso dirti Ayrton Senna, Kevin Schwantz del motociclismo, chiaramente le due leggende nostrane Valentino Rossi e Giacomo Agostini... ma il Dieci lo darei solo ed esclusivannte al ricordo di una persona speciale, a mio nonno Vincenzo Borghese, grande pilota che con la sua mitica Fiat Siata 1100 perse la vita in un tragico incidente nella Stracittadina di Posillipo nel lontano 1947.
Infine, il tuo slogan "Il lusso della semplicità" troverebbe terreno fertile negli sportivi professionisti di oggi?
Potrei sembrare fissato ma è proprio il mondo delle moto che, almeno fino a pochi anni fa, mi affascinava per il modo in cui si approcciavano alle corse i piloti. Ragazzi normalissimi che, sebbene fossero a pochi minuti dallo Start della gara, restavano semplici, umili, come fossero personaggi d'altri tempi e, nonostante rischiassero la vita ad ogni Race, sfrecciando con le ginocchia a pochi centimetri dell'asfalto, rimanevano tranquilli, sorridenti e disponibili con i propri fans che li assalivano per immortalare quel momento. Ho la netta impressione, diciamo anche la certezza, che in altre discipline questa voglia di divertirsi come quando si era piccoli e si sognava un futuro così bello, si sia persa nel tempo e si è diventati una componente nella centrifuga dello sport business.