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    Il Mondo è di nuovo Tricolore 

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Il Mondo è di nuovo Tricolore 

 

Il sapore del successo è forte. Intenso come l'orgoglio di alzare l'ennesimo trofeo. Tathiana Garbin, 48 anni, veneziana, ex n.22 al mondo, dal 2016 è Capitano - non giocatrice della Nazionale italiana femminile e, grazie alla sua squadra, gli ultimi tre anni hanno segnato un solco, consegnandole un posto d'onore nella bacheca della Federazione Tennis. Nell'ex Fed Cup, ora Billie Jean King Cup, nelle passate edizioni ha ottenuto una splendia finale (2023) e due meravigliose vittorie (2024 e 2025). Roba da stropicciarsi gli occhi, successi arrivati grazie al suo grande lavoro e la forza delle sue formidabili giocatrici, da Jasmine Paolini a Elisabetta Cociarietto, da Sara Errani a Lucia Bronzetti, per finire al talento della Next Generation Tyra Grant.

 

1) Si vive con più trasporto emotivo il pre-partita da giocatrice professionista o da allenatrice della Nazionale italiana?

Sono emozioni diverse, ma entrambe fortissime. Da giocatrice senti tutto sulla pelle: sei tu che vai in campo, il tuo destino è sulle tue spalle. Da capitano invece vivi tutto attraverso le tue ragazze, e in certi momenti è anche più intenso, perché non puoi intervenire direttamente. Ti affidi completamente a loro, e questo richiede fiducia, controllo emotivo e una forza diversa.

 

 
2) Una carriera da sogno che ti ha portato nell’olimpo delle prime 22 al mondo. Da giocatrice cosa hai avuto di più di altre tenniste per raggiungere questo fantastico traguardo e cosa di meno per non arrivare tra le Top 10?

È vero che nel tennis serve una grande predisposizione, ma non basta il talento. Ci vuole una forte capacità di lavorare con fiducia, costanza e dedizione ogni singolo giorno. Io ne ho avuta tanta sul piano fisico: resistenza, forza, capacità di soffrire. Ma avevo anche dei limiti tecnici che mi impedivano di esprimermi ai livelli delle prime dieci al mondo, che erano nettamente più forti di me sia tecnicamente che fisicamente. Ho costruito la mia carriera passo dopo passo, con fatica, senza scorciatoie. Quello che mi ha portato fino alle prime 22 è stata la mia determinazione, la disciplina e la voglia di migliorarmi sempre.

  

 

3) Se ne discute nel calcio da sempre… nel tennis quanto conta l’apporto di un allenatore?

Conta tantissimo. Un allenatore diventa un vero maestro di vita: non fa le cose al posto tuo, ma ti guida verso l’autonomia, perché il suo compito è renderti indipendente. Deve essere un esempio, coerente con ciò che ti chiede di fare. Nel tennis moderno l’aspetto relazionale è fondamentale: capire la persona prima della giocatrice, saper comunicare nel modo giusto e creare fiducia. È un lavoro profondo, quotidiano, silenzioso.

 

 

4) Quanta differenza c’è ad allenare una singola giocatrice o un’intera squadra?

Allenare una singola giocatrice significa entrare nel suo mondo, curare ogni dettaglio, anche quelli invisibili. Allenare una squadra è un’altra dimensione: devi far convivere personalità diverse, creare un senso di appartenenza e costruire fiducia reciproca. È un equilibrio costante tra ascolto e condivisione.

 

 

5) Tre finali consecutive, un secondo posto e due splendide vittorie della Billie Jean King Cup. Come si lavora per trovare nuovi stimoli e non rischiare un senso di appagamento?

 Un obiettivo ti porta in un luogo preciso, ma sono i valori a darti la direzione. Sono loro la bussola. La vittoria non è un punto d’arrivo, è solo un passaggio, e perde significato se ti fermi lì. Io cerco sempre di orientarmi verso ciò che posso fare meglio, verso le cose che posso ancora imparare e migliorare.

Il miglioramento nasce dai valori in cui credo: l’impegno, l’umiltà, la dedizione, il rispetto e la responsabilità. Sono questi che mi tengono viva, che mi fanno alzare ogni giorno con la voglia di fare un passo avanti. Mi nutro della passione che vedo nelle mie ragazze: è un’energia che ci unisce e ci spinge, ogni giorno, a crescere insieme.

  

6) Nel 2025 il tennis femminile riesce ad avere lo stesso seguito del maschile?

Sta crescendo moltissimo. Oggi il tennis femminile è competitivo, emozionante, e ha personalità forti che il pubblico ama. C’è più attenzione mediatica, più rispetto, ma il cammino verso una parità di visibilità è ancora in corso. L’importante è continuare a fare squadra, dentro e fuori dal campo. Abbiamo un rapporto fantastico tra ragazzi e ragazze, e come capitani con Filippo ci sentiamo continuamente. Credo che questo grande supporto reciproco tra uomini e donne aiuti tantissimo il nostro movimento femminile.

 

7) Tra le donne grande boom per il Padel e il Pickleball: positivo o negativo per il movimento del tennis?

 Io lo vedo come un aspetto estremamente positivo. Padel e Pickleball avvicinano tante persone al gioco con la racchetta: con l’attrezzo più corto e un campo più piccolo diventano accessibili a tutti. Possono essere un ponte verso il tennis. L’importante è che non si perda la cultura tecnica e la profondità di questo sport straordinario.


 

8) Ci sono giovani tenniste che ci fanno ben sperare per il futuro Azzurro?

 Sì, e sono ragazze con grande passione e voglia di lavorare. Penso a quelle che stanno crescendo con i loro team privati, che oggi rappresentano una parte fondamentale del tessuto tennistico italiano, sia maschile che femminile. La Federazione sta dando un apporto sempre più significativo a queste realtà, valorizzando il lavoro dei tecnici e sostenendo i percorsi individuali delle atlete. Il futuro del tennis italiano è luminoso, grazie alla collaborazione e alla sinergia tra tutte queste componenti.

 

 

9) Jasmine Paolini, numero 8… dove può arrivare?

Jasmine è una giocatrice in piena evoluzione. È maturata tanto, dentro e fuori dal campo, e oggi ha la consapevolezza di poter battere chiunque. Il suo limite lo deciderà solo lei. Ha un cuore enorme e una leggerezza che la rende speciale. Può continuare a stupire.

 

 

10) In un libro hai raccontato il tuo privato, gioie e dolori. Lo sport è stato un alleato amico per mantenere la giusta rotta e non rischiare di perderti?

 Assolutamente sì. Lo sport è stato il mio alleato più fedele, il mio maestro di vita. Mi ha insegnato a non scappare nemmeno dalla sofferenza, ad affrontare tutto con coraggio e determinazione, a fidarmi delle persone che avevo accanto. Il tennis mi ha insegnato la pazienza, la perseveranza e la capacità di trovare forza anche nei momenti più bui. È stato, ed è ancora oggi, la mia rotta.

 

 

 

 

 

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